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ARTICOLI >> IL KARMA
Ormai da diversi anni la parola "karma" è entrata nel nostro
vocabolario quotidiano. Non tutti però sanno che cosa significa
esattamente. Il termine karma è una parola sanscrita dal significato
piuttosto complesso. Il sanscrito è l'antica lingua indo-europea,
considerata la più antica tra tutte le lingue, che manifesta in sé tutte
le caratteristiche delle lingue del mondo: è infatti alfabetica,
sillabica e pittografica allo stesso tempo. Lo studio della grammatica e
della sintassi sanscrite è particolarmente complesso, perché si tratta
di una lingua molto precisa e allo stesso tempo ricca di sfumature e di
collegamenti logici e filosofici oltre che filologici. La derivazione
delle parole e il loro significato seguono dei percorsi fortemente logici
e vanno ricercati nelle "radici" di ogni concetto.
La parola karma significa "azione," ma viene ad indicare,
secondo il contesto, anche la reazione collegata a tale azione e il modo
di agire e il tipo di vita determinato dal modo di agire dell'essere
umano. Le leggi della fisica insegnano che ad ogni azione corrisponde una
reazione uguale e contraria, e che dietro ogni effetto c'è sempre una
causa. Questo però vale non soltanto sul piano puramente fisico e
meccanico sperimentabile al livello grossolano, ma anche sul piano delle
cause e degli effetti sottili: esiste un forte collegamento di causalità
tra situazioni e avvenimenti che apparentemente non avrebbero alcun legame
tra loro. La persona che avete insultato può reagire in modo grossolano
mollandovi un sonoro ceffone, oppure agire in modo più sottile
escogitando qualche piano per punirvi senza esporsi direttamente.
Talvolta anche sul piano dei meccanismi più grossolani ci troviamo ad
affrontare situazioni senza renderci bene conto della loro causa.
Se, per esempio, l'anno scorso abbiamo firmato un assegno postdatato e poi ci
siamo dimenticati di annotarlo sul registro delle scadenze, la richiesta
di pagamento ci prenderà alla sprovvista o se la banca non ci avverte,
potremmo ritrovarci il conto in rosso e pagare interessi passivi senza
avere la più pallida idea di quello che è successo. Possiamo invitare un
cliente a cena, poi essere travolti da altri impegni e mancare
all'appuntamento per scoprire in un secondo tempo magari dopo varie
settimane che il cliente, irritato dalla nostra mancanza di riguardo, ha
annullato il contratto. A volte il risultato delle nostre azioni è
immediato e visibile, a volte impiega anni per germogliare e fruttificare,
anche a nostra insaputa.
Ogni sofferenza che noi causiamo rappresenta il seme di una sofferenza
che dovremo raccogliere, prima o poi, sia che lo vogliamo o no, che ne
siamo coscienti o no. Non è necessario che la reazione alle nostre
malefatte ci venga imposta dalla natura in un tempo molto breve o
immediato, oppure che sia amministrata attraverso la persona e il corpo
che sono stati direttamente investiti dalla nostra azione.
Una vendetta può essere portata a termine dai figli, dai nipoti o dai
discendenti della vittima, oppure persino da quella stessa persona che si
presenta a noi in un altro corpo, in un'altra vita, magari quando noi ci
siamo già dimenticati della nostra antica cattiva azione.
Oppure la reazione ci può arrivare dalla natura stessa, manifestandosi
nel nostro corpo, nella nostra mente, nella nostra coscienza o nel nostro
subcosciente, nella forma di malattie, difficoltà mentali o degradazione
morale.
Karma mutabile e karma immutabile.
Che differenza c'è tra karma mutabile e karma
immutabile?
Ci sono tre tipi di karma: i Sanchit Karma,
ovvero karma (nel senso di azioni, parole e pensieri) accumulati nel corso
di innumerevoli rinascite; i Prarabdha Karma, ovvero i karma le cui
conseguenze sono già in atto; e i Kriyaman Karma, ovvero i karma le
cui conseguenze devono ancora essere create.
Questi tre tipi di karma si spiegano con la popolare metafora delle varie
fasi della coltivazione del riso: il riso raccolto e immagazzinato nel
granaio può essere paragonato ai Sanchit Karma: da questa provvista la
parte che viene scelta e preparata per essere cotta e mangiata è come i
Prarabdha Karma, ovvero i karma che hanno originato la vita presente.
Nello stesso tempo, i nuovi chicchi che vengono seminati nelle risaie, che
daranno un nuovo raccolto in avvenire e a loro volta saranno aggiunti al
granaio, sono come i Kriyaman Karma, cioè gli atti compiuti di giorno in
giorno, che piano piano s'aggiungono ai Sanchit Karma finché «non
maturano» per dare frutto come Prarabdha Karma in una vita futura (Shikshapatri).
Di questi tre solo il Prarabdha, cioè quello che ha portato alla
presente rinascita, è immutabile: la freccia è già stata scoccata e nulla
le può impedire di raggiungere la destinazione. Perciò gli eventi dovuti
al Prarabdha sono predeterminati e inevitabili, come esemplifica la storia
del monaco Chakkupala che, subito dopo essere pervenuto al pieno risveglio
(ed aver quindi esaurito tutto il karma-deposito), per effetto del
prarabdha divenne cieco.
I Sanchit karma del deposito — che sono determinanti per le vite
future — sono mutabili (purgabili) con la pratica della meditazione
Vipassana. Dei karma della vita quotidiana (kriyaman), invece, ci
si prende cura con i precetti morali per disciplinare il comportamento
fisico e verbale e con la meditazione Samatha per controllare la mente in
modo che non dia origine a nuove creazioni.
Come funziona il karma?
Come qualsiasi altra legge di natura. Poiché le nostre azioni mettono in
moto forze grossolane e sottili gli scienziati moderni seguono più
facilmente le forze grossolane, che producono reazioni molto evidenti e
sono osservabili tramite i cinque sensi (la vista, l'udito, il tatto, il
gusto e l'odorato). Alcune di queste reazioni producono effetti più
difficili da osservare, che sono stati riconosciuti soltanto dopo che la
scienza ha messo a disposizione dell'uomo degli strumenti raffinati che
accrescono la potenza dei suoi cinque sensi: microscopi, computer,
telecamere, apparecchi radiofonici, termometri, misuratori di forze,
bilance, analizzatori chimici e così via.
Questi strumenti però, per quanto sofisticati, non fanno che allargare
la portata dei cinque sensi grossolani.
Esistono altri piani di realtà, eterica e mentale, che non sono soggetti
all'indagine dei cinque sensi e dei loro strumenti. L'attività cerebrale,
per esempio, può essere misurata grossolanamente attraverso la
misurazione delle microcorrenti elettriche nelle cellule del cervello, ma
come è possibile analizzare con strumenti e macchinari i processi
mentali, la fantasia, il desiderio, l'intelligenza?
Se facciamo un passo più avanti ci troviamo ad affrontare i cosiddetti
"fenomeni paranormali" come la telepatia, l'aura psichica, le
esperienze fuori dal corpo, lo stato intermedio tra la vita e la morte.
L'indagine sull'anima, sui suoi movimenti a prescindere dal corpo
materiale (che è il nostro oggetto di osservazione grossolana) rimane in
massima parte un mistero per gli scienziati. Eppure la nostra
intelligenza, la logica e l'osservazione dei sintomi, ci mostrano
l'esistenza dell'anima, della forza vitale, benché non sia quantificabile
chimicamente o fisicamente, e non possa venire osservata al microscopio.
Ma torniamo al nostro argomento principale. Se vogliamo imparare
qualcosa sul funzionamento del karma, dobbiamo attingere scientificamente
alla fonti della filosofia e della religione più antiche del mondo, dalle
quali il termine stesso di karma ha avuto origine. Dobbiamo osservare la
nostra vita, il nostro comportamento, le nostre azioni e le nostre
tendenze.
Questo ci farà comprendere che nulla succede per caso.
A CHE COSA SERVE IL KARMA?
Qual è la funzione del karma?
A che cosa serve?
Non è difficile da capire. Gesù diceva: "Non fare agli altri ciò
che non vorresti fosse fatto a te," e "Ama il prossimo tuo come
te stesso." Nella nostra evoluzione spirituale, in questa grande
scuola che è la vita, dobbiamo continuamente imparare nuove lezioni fino
a raggiungere la perfezione spirituale. Dobbiamo imparare ad essere
misericordiosi, compassionevoli, tolleranti, sensibili, onesti, puri.
Dobbiamo imparare ad amare il nostro prossimo, a riconoscere la mano di
Dio in ogni movimento della natura, a ritrovare insomma l'armonia e il
senso di responsabilità che ci qualificano come figli di Dio.
Ogni situazione, in questo mondo, rappresenta un momento di scelta.
Ogni difficoltà che incontriamo rappresenta un esame.
Abbiamo imparato la lezione?
Se di nuovo ricadiamo nell'errore, se di nuovo ci comportiamo in modo
indegno, dovremo affrontare di nuovo la stessa prova, nel futuro più o
meno lontano, in situazioni più o meno differenti, finché riusciremo a
risolvere brillantemente il problema. E allora saremo pronti ad affrontare
un problema leggermente più difficile, forse, oppure una nuova edizione
di un vecchio problema. A che serve una lezione?
Ad imparare, a crescere.
Il karma ci presenta implacabilmente il risultato delle nostre azioni in
modo che noi possiamo costantemente misurarle e valutarle, comprenderne il
significato e le ramificazioni. Non possiamo comprendere gli altri finché
non siamo passati anche noi esattamente per la stessa esperienza: la
saggezza si conquista attraverso l'esperienza e la sofferenza,
sperimentando personalmente, in vivo, il vero significato delle varie
condizioni di vita.
Le anime "crescono" e diventano più mature, più benevole,
più comprensive, fino a quando la comprensione spirituale si fa strada
nella nostra coscienza e noi ricordiamo che non è questo il luogo a cui
apparteniamo, e proviamo il desiderio di scioglierci dalle catene della
materia. Il corpo materiale nel quale abitiamo non è l'unica dimensione
possibile per la nostra vera essenza, ma un veicolo utile che può essere
utilizzato per il nostro viaggio in questa dimensione.
Ne abbiamo bisogno nella misura in cui abbiamo bisogno di sperimentare gli
oggetti materiali dei sensi, ma una volta che questa necessità viene
superata naturalmente (non artificialmente!), ci rendiamo conto che è
possibile vivere in una dimensione più libera ed elevata.
Il karma (l'azione e la reazione) diventa dunque il mezzo per
comprendere e per superare i condizionamenti e i bisogni limitanti della
dimensione materiale. Quando il mezzo ha espletato la sua funzione, cessa
di esistere.
Quando abbiamo compreso la lezione, il nostro karma svanisce.
Quando raggiungiamo una vera e profonda comprensione della nostra vera
natura, ogni legame karmico si dissipa e perde significato, aprendoci la
porta della liberazione.
Liberarsi dal karma significa dunque liberarsi dal giogo del
condizionamento, non essere più costretti a vivere in un corpo pieno di
sofferenza, di angoscia, di ignoranza.
Significa non identificarsi più
con il corpo materiale e con la materia stessa, imparare ad avere la
giusta relazione con noi stessi, con gli altri, con la natura e con il
divino. Questo è lo scopo della vita umana.
IL KARMA E' UN CONCETTO SETTARIO?
Il karma non è semplicemente un concetto filosofico o teologico
caratteristico e limitato a una particolare tradizione culturale: si
tratta di una legge di natura alla quale tutti gli esseri sono soggetti, a
qualunque religione appartengano e persino se sono atei o agnostici. In
particolare, tutti gli esseri umani colti e sensibili della storia hanno
riconosciuto istintivamente il legame fondamentale tra karma e
alimentazione.
Quasi tutte le religioni hanno sempre predicato di astenersi dalla
carne, a cominciare da diversi gruppi di sacerdoti egizi, che con la dieta
vegetariana trovavano più facile mantenere il voto di castità necessario
alla loro preparazione interiore. Essi rifiutavano anche le uova, che
definivano "carne liquida". Sebbene il Vecchio Testamento, la
base del Giudaismo, contenga qualche accenno al mangiare carne, chiarisce
tuttavia che la situazione ideale è il vegetarianesimo.
Molti cristiani sono stati tratti in inganno da alcuni passi del Nuovo
Testamento dove si dice che Cristo mangiò carne. In realtà Gesù
apparteneva alla comunità ebraica degli Esseni, che erano vegetariani e
seguivano una pratica di vita molto sobria; inoltre risulta da diversi
passi dei Vangeli che aveva fatto voto di Nazireato (che comporta tra
l'altro l'astensione da cibi non vegetariani, i frequenti digiuni e
pratiche di purificazione, il non tagliarsi capelli e barba, il non
indossare abiti lussuosi).
Studi accurati sugli antichi manoscritti greci
hanno rivelato che le parole tradotte nelle versioni successive come
"carne" sono in realtà trophe e brome, che significano solo
"cibo" o "atto del mangiare" in senso lato.
Ad
esempio, nel Vangelo di San Luca (8:55) si legge che Gesù resuscitò una
donna dalla morte e "ordinò di darle della carne". La parola
greca originale tradotta come "carne" è phago, che significa
semplicemente "cibo".
Quindi ciò che Cristo disse, in realtà, fu "datele da
mangiare". La parola greca che indica la "carne" è kreas,
e non viene mai usata in riferimento a Cristo; quindi neanche nel Nuovo
Testamento è mai detto che Cristo mangiò carne.
Questo, d'altronde, coincide con la famosa profezia di Isaia sulla
comparsa di Gesù: "Una vergine concepirà e genererà un figlio, e
il suo nome sarà Dio è con noi. Burro e miele saranno il suo cibo,
perché saprà rifiutare il male e scegliere il bene."
Clemente di Alessandria, un padre della Chiesa, cita l'esempio
dell'apostolo Matteo, che "si cibava di semi, noci e vegetali, senza
carne." San Gerolamo, un altro padre dell'antica Chiesa cristiana,
che autorizzò la versione latina della Bibbia tuttora in uso, scriveva,
"Cucinare vegetali, frutta e legumi è facile ed economico", e
suggeriva questa dieta a chi voleva diventare saggio.
San Giovanni Cristostomo considerava il consumo di carne innaturale e
crudele da parte dei Cristiani: "Ci comportiamo come lupi, come
leopardi... anzi peggio di loro, perché la natura ha previsto che essi si
nutrissero in quel modo, ma noi, ai quali Dio ha dato la parola e il senso
della giustizia, siamo diventati peggio di belve feroci."
San Benedetto, fondatore dell'ordine dei Benedettini, prescrisse ai suoi
monaci una dieta essenzialmente vegetale.
Anche ai Trappisti era vietato, fin dalla fondazione dell'ordine nel
diciassettesimo secolo, mangiare carni e uova, e benché con il Concilio
Vaticano del 1960 il divieto sia stato tolto, ancora oggi molti frati
trappisti si attengono alle leggi originali.
Anche la Chiesa cristiana Avventista raccomanda ai suoi membri di
essere vegetariani. Pochi lo sanno, ma l'enorme industria della
"prima colazione" americana nacque in un luogo di cura naturale
condotto dal dottor John H. Kellogg, membro attivo della Chiesa
Avventista, il quale era costantemente alla ricerca di breakfast a base di
vegetali per i ricchi malati della sua stazione climatica; fu lui
l'ideatore dei fiocchi di mais integrale che avrebbe poi distribuito in
tutto il Paese.
Con il passare degli anni, a poco a poco il dottor Kellogg separò gli
affari dalla religione e costituì l'industria che ancora oggi porta il
suo nome.
Il più grande numero di vegetariani si trova in India, patria del
Buddhismo, del Jainismo e dell'Induismo.
Il buddhismo, nella fattispecie, nacque come reazione all'enorme sterminio
di animali che si compiva nell'antichità in nome di perversi rituali
religiosi.
Il Buddha pose fine a queste pratiche, proponendo la Sua
dottrina dell'Ahimsa, cioè della non violenza.
I suoi seguaci, emigrati in tutto l'Oriente, lavorarono umilmente e
instancabilmente per convertire al vegetarianesimo teorico e pratico
intere popolazioni, arrivando al punto di aprire ristoranti vegetariani
all'interno dei templi buddisti e di inventare nuovi alimenti simili alla
carne, come seitan, tempeh ecc.
Le antiche Scritture vediche dell'India, che risalgono a tempi molto
precedenti al buddhismo, accentuano la non violenza come principio
fondamentale del vegetarianesimo.
La Manu-samhita, l'antico codice indiano di leggi, stabilisce: "Per
avere carne è sempre necessario ferire delle creature viventi e questo è
un ostacolo per il raggiungimento della beatitudine celeste; si eviti
dunque di mangiare carne... Considerata la disgustosa origine della carne
e la crudeltà di incatenare e uccidere delle creature, è necessario
astenersi dal mangiare carne."
Bhaktivedanta Swami Prabhupada, che ha
tradotto e commentato oltre cinquanta volumi dei classici della filosofia
e della religione indiana, scrive, Nella Manu-samhita è sancito il
principio che una vita vale una vita, osservato praticamente in tutto il
mondo.
Così, ci sono altre leggi che stabiliscono che si è colpevoli anche se
si uccide solo una formica: poiché noi non possiamo creare, non abbiamo
il diritto di togliere la vita a nessun essere vivente. Secondo la legge
divina, uccidere un animale è grave come uccidere un uomo e chi non segue
questo principio segue delle leggi di comodo. Anche nei dieci Comandamenti
è scritto, Non uccidere.
Questa legge è perfetta, ma l'uomo la interpreta in modo sbagliato,
pensando, Non ucciderò nessun uomo, ma potrò uccidere un animale. Così
la gente s'inganna e crea dolore per sé e per gli altri....
Tutti siamo creature di Dio, in qualunque corpo alberghiamo e qualunque
abito indossiamo.
Dio è il nostro Padre supremo. Un padre può avere
molti figli, alcuni intelligenti e altri no; ma se un figlio intelligente
dice al padre, Mio fratello non è molto intelligente, lascia che io lo
uccida; pensate voi che il padre possa essere d'accordo?
Allo stesso modo, se Dio è il nostro Padre supremo, perché dovrebbe
essere contento di vederci uccidere gli animali, che sono anch'essi Suoi
figli?"
VIOLENZA E SOFFERENZA
Abbiamo visto come il
karma (l'azione che porta una reazione, la causa
che produce l'effetto) leghi l'essere umano alla sofferenza e ai limiti
della materia, e come ogni sofferenza che provochiamo ci costringe a
trovarci in una situazione in cui dovremo soffrire una pena simile a
quella che abbiamo causato agli altri. Non c'è bisogno di aspettare
l'inferno o il purgatorio: noi ci costruiamo da soli il nostro inferno, il
nostro purgatorio, anche su questa stessa terra.
Forse non sarà una reazione immediata, forse potranno passare degli anni
prima che siamo costretti ad affrontare la punizione o la purificazione o
l'apprendimento della lezione, come preferiamo considerarla.
Non sappiamo quando il frutto delle nostre cattive azioni giungerà a
maturazione e quali semi produrrà a sua volta.
Il legame karmico tra due esseri è oggetto di una scienza antichissima
e complessa, definita nei Veda, le scritture sanscrite dell'antica India
che ci hanno dato anche il termine stesso di "karma".
In poche parole, dobbiamo sapere che si tratta del legame sottile che
unisce due o più spiriti e che non viene interrotto con la morte. Ci si
ritrova in situazioni diverse, in corpi diversi, in ruoli diversi, ma si
sente che c'è qualcosa che ci lega, nel bene o nel male, con l'altra
persona.
-
Un colpo di fulmine?
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Un'attrazione a prima vista?
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Un incontro "magico"?
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Una invincibile e inspiegabile antipatia?
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Una persecuzione ingiustificabile?
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L'impressione di conoscersi da sempre non è priva di fondamento.
Questo legame karmico si estende al di là delle limitazioni del corpo
e può legare le persone a prescindere dal corpo che rivestono, dal fatto
che appaiano come un essere umano o un animale. In realtà chi fa del
male, con la coscienza di fare male, si sta già condannando da solo:
impercettibilmente la sua coscienza (o il subcosciente, se così vogliamo
chiamarlo) lo porterà secondo le leggi dell'universo fino alla posizione
in cui potrà scontare la sua colpa, pagare il suo debito e imparare la
lezione.
Nel cuore di ogni essere, insegnano le scritture vediche, abita l'Anima
Suprema, che assegna a ciascuno le gioie e le sofferenze che gli spettano
a seconda delle sue azioni, delle sue parole e dei suoi pensieri.
Quella stessa insoddisfazione indefinibile, provata dalle persone che
hanno avuto tutto nella vita e ancora non sono contente, il sottile
rimorso di chi ha agito male, il disgusto di vivere e l'angoscia
inspiegabile che ci portano a fare del male a noi stessi (con passatempi
pericolosi, con il consumo di sostanze tossiche e dannose, con forme di
autopunizione più o meno consapevole) sono una prova di questa reazione
sottile, che nasce dal loro stesso cuore e non potrà mai essere ingannata
o elusa.
Questo giudice inflessibile non potrà mai essere corrotto o confuso da
abili avvocati, e nessuno potrà evitare che la giusta sentenza venga
eseguita, perché noi diventiamo giudice, giuria e carnefice di noi
stessi.
LA RUOTA DELLA RINASCITA
La reincarnazione è dunque un meccanismo fisico, scientifico,
perfettamente logico, naturale e giusto. Come potrebbe un Dio d'amore,
perfettamente compassionevole, lasciare all'essere umano una sola vita,
talvolta fin troppo breve e sfortunata, per salvarsi o dannarsi per
l'eternità?
E far partire svantaggiati alcuni Suoi figli senza alcuna ragione
apparente (subnormali, malati gravi sin dalla nascita, figli di genitori
indegni, orfani, poveri) e lasciar prosperare materialmente il malvagio
lasciandogli accumulare una quantità enorme di colpe senza dargli nemmeno
l'occasione di capire in quale abisso sta sprofondando?
Oppure, come si spiegherebbe il ricordo chiaro di dettagli di vite
passate, che spesso riemergono nella regressione ipnotica, o perfino
spontaneamente in alcuni casi?
Come si spiegano le conoscenze "istintive" musicali, matematiche
o linguistiche di alcuni bambini?
La risposta è semplice. Noi non cominciamo con questo corpo e non
finiamo con questo corpo. Alcuni portano con sé ricordi da corpi
precedenti, altri hanno promesso di tornare e tornano, anche se non hanno
dei ricordi chiari.
Noi siamo pellegrini nel grande viaggio della vita e le nostre strade si
incrociano e si dividono continuamente.
Per qualche breve giorno ci fermiamo in una locanda, conosciamo degli
amici e poi di nuovo dobbiamo ripartire, con abiti nuovi, per una nuova
tappa del viaggio. Parleremo più diffusamente di questo argomento in
altra sede, perché la trattazione della scienza della reincarnazione
richiederebbe da sola parecchi volumi.
Ci basti comprendere, a questo proposito, che il karma è un concetto
strettamente legato alla reincarnazione.
La parola sanscrita che definisce la ruota delle rinascite è
"samsara". Altre parole interessanti a questo proposito sono
"mara", che significa "morte" e "mamsa", che
significa "carne". Il termine mamsa è la fusione di due
pronomi, "mam" (io) e "sah"
(lui, questo) e ha origine
da un rito antichissimo prescritto nei Veda a chi volesse a tutti i costi
mangiare carne animale.
Tutte le Scritture proibiscono di uccidere indiscriminatamente gli animali
per cibarsene: a coloro che non riescono a rinunciare all'idea di mangiare
carne venivano prescritti dei sacrifici, dei rituali, da compiersi
soltanto in momenti particolari e davanti alla Divinità che dovevano
servire a sensibilizzare l'uomo incosciente sulle conseguenze dei suoi
atti. In uno di questi rituali, contemplato nell'adorazione della forma
distruttrice del divino, Madre Kali, era permesso sacrificare una capra in
una notte senza luna, ma bisognava parlare all'animale rivolgendogli
queste parole: "Ora io tolgo la vita a questo animale, ma la
Divinità mi sia testimone che in un giorno non lontano questo animale
prenderà la mia vita."
In questo modo gli antichi codici indiani mettono in guardia coloro che
sono intenzionati a perpetrare una facile violenza al solo scopo di
gratificare il palato con il sapore del sangue e della carne di un altro
essere: chiunque uccide un animale dovrà rinascere ed essere ucciso nella
civiltà vedica è considerata particolarmente esecrabile l'uccisione di
animali miti, sensibili, intelligenti, generosi e amici dell'uomo, come la
mucca e il cavallo.
E' inoltre importante, secondo le antiche Scritture, riconoscere il
diritto di proprietà di Dio sulla vita di ogni creatura, perciò questi
sacrifici erano ufficialmente offerti a Dio.
Gli animali offerti in sacrificio non erano in alcun modo maltrattati o
disprezzati, ma godevano di ogni onore e cura fino al momento
dell'uccisione rituale, in cui veniva recisa loro la giugulare. Infine,
prima che l'animale fosse squartato e le sue carni fossero consumate,
bisognava aspettare che tutto il sangue fosse fluito dal corpo (cioè che
l'animale fosse proprio morto).
In nessuna parte delle Scritture, di nessuna tradizione religiosa, si
parla di allevamenti lager, macellerie, mattatoi, di file di creature
terrorizzate in attesa di una scarica elettrica che si limita a
tramortirle per poi essere gettate, ancora vive, in acqua bollente oppure
squartate senza nessuna pietà e nessun rispetto. La sensibilità e
l'amore per gli animali, manifestati oggi da tante persone evolute,
dovrebbero senz'altro esprimersi in un'alimentazione non violenta, non
macchiata dalla sofferenza di tante povere creature di Dio.
ARMONIA E AMORE
Quando si parla di amore spesso si rischia di cadere in qualche
equivoco, perciò è necessario definire bene il concetto. L'amore è un
atteggiamento positivo, il desiderio di dare, di mettersi in sintonia, di
comprendere e servire, non il desiderio di possesso, di controllo, di
gratificazione e di dominio che spesso viene contrabbandato per amore.
L'amore vero non si manifesta solo nella relazione coniugale, ma verso gli
amici, le persone che ci sono affini e care, verso la natura e le cose
belle, verso Dio. Questo desiderio di armonia si può e si dovrebbe
manifestare anche in relazione al nostro corpo e al corpo degli altri
esseri viventi, che sono manifestazioni dell'energia del Signore, Sue
creazioni e proprietà.
Non possiamo fare del male al nostro corpo e pensare di poter essere
felici.
Torturare il nostro stesso corpo con veleni, posizioni e movimenti
innaturali, mancanza di aria, luce, acqua pulita non potrà che provocare
malattia e sofferenza, insoddisfazione e frustrazione.
Come liberarci da tutto questo?
Naufraghi nell'oceano dei desideri di gratificazione, sballottati dalle
onde di attrazione e repulsione, di gioia e dolore, di illusione e
delusione, la prima cosa da fare è smettere di annaspare e vincere il
panico. La nostra vera felicità va cercata all'interno, al di là delle
condizioni effimere di questo mondo, nei valori interiori e spirituali che
ci permettono di vedere dove stiamo andando.
La gratificazione, il piacere e le gioie che ci sono concessi, così come
i disagi, le sofferenze e le difficoltà che ci aspettano, sono già stati
calcolati a seconda dei nostri crediti e debiti karmici. Il conteggio
viene aggiornato continuamente, perché ad ogni istante noi agiamo e
creiamo nuovi crediti o debiti karmici oppure li liquidiamo.
E' un po' come un conto bancario, che ha delle scadenze in cui maturano
gli interessi attivi o passivi; se siamo pratici possiamo tenere
sott'occhio costantemente il saldo del conto e sapere che cosa ci aspetta.
Per migliorare la situazione del nostro conto, però, dobbiamo accumulare
dei crediti, non cercare di spendere più di quello che abbiamo: quando ci
troviamo in una condizione difficile, la reazione inconsulta è quella di
forzare le cose, di strizzare più vantaggi dalle situazioni e dalle
persone che ci circondano, senza renderci conto che in questo modo il
nostro conto karmico sta andando in rosso.
La natura tende all'equilibrio ed ogni reazione è uguale e contraria
all'azione che l'ha causata, né di più né di meno.
Ogni volta che cerchiamo di modificare questo equilibrio a nostro
vantaggio egoistico, perseguendo il piacere a tutti i costi, senza
preoccuparci delle conseguenze delle nostre azioni, creiamo uno scompenso,
un disavanzo nel conto, che la natura provvede a riequilibrare
presentandoci di volta in volta il conto. I piaceri sono prelievi dal
conto, il lavoro sincero rappresenta un versamento, la disciplina
costituisce un risparmio: è sempre questione di dare e avere.
Ogni essere vivente, in quanto creatura e figlio di Dio, ha ricevuto
una specie di appannaggio per il suo mantenimento.
Agli erbivori sono state assegnate le piante e l'erba, ai carnivori il
sangue e la carne o addirittura le carcasse in putrefazione di altri
esseri. Anche all'essere umano è stata assegnata una parte specifica per
il suo mantenimento e non deve cercare di impadronirsi della parte
destinata ad altri, perché tutto appartiene al Signore Supremo e noi
siamo soltanto Suoi dipendenti.
Il fiume della vita scorre trasportandoci verso una destinazione
naturale ma che ancora non conosciamo.
Noi possiamo tenerci a galla con
intelligenza o annaspare alla cieca, utilizzare barche o nuotare,
collaborare con altri oppure arrangiarci da soli, sebbene la corrente ci
spinga continuamente verso altri viaggiatori.
Possiamo ammirare la bellezza del paesaggio, ma il nostro scopo è
arrivare alla meta, e non quello di perderci nella contemplazione delle
rive.
La nuova era che si apre davanti a noi è un'epoca di fratellanza, di
armonia universale, di liberazione.
Possiamo trarre insegnamenti e ispirazione per questa delicata e complessa
trasformazione della società e del mondo dall'antica saggezza vedica,
esposta nelle scritture più antiche del mondo, risalenti a oltre
cinquemila anni fa e ancora oggi seguite da milioni di persone in tutto il
mondo.
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